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Manfriana: la vetta che mi ha messo alla prova sulla Cresta dell’Infinito del Pollino

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29 Agosto 2026
escursione monte manfriana pollino

Raggiungere la vetta della Manfriana orientale, a quota 1.981 metri, è stata un’esperienza che mi ha lasciato senza fiato per i panorami, ma anche la più tosta degli ultimi cinque anni.

Nel 2019 avevo percorso il sentiero per arrivare sul Serra Dolcedorme, la montagna più alta dell’Appennino meridionale con i suoi 2.267 metri, ma nonostante i 20 km di cammino è stato stranamente più facile.

La sfida, nel caso della Manfriana, è stata soprattutto mentale: due tratti di cresta esposti mi hanno mandato in crisi, tra il cuore accelerato e attimi di puro panico, prima di trovare il coraggio di andare avanti.

Sommario

Dove si trova la Manfriana

La Manfriana, o Monte Manfriana, è una delle cime più alte del Parco Nazionale del Pollino: la vetta orientale tocca 1.981 metri mentre quella occidentale 1.970 metri. Sì, hai capito bene: ha due cime.

È la prima volta che in Calabria ho affrontato un’escursione verso una montagna bifida, con due cime distinte così vicine tra loro.

Si trova sul versante orientale del Massiccio del Pollino, tra i comuni di Frascineto e Castrovillari, in provincia di Cosenza. Il punto di accesso più comune per raggiungerla è il rifugio abbandonato di Colle Marcione, a circa 10 km chilometri da Civita, il paese arbëreshë che fa da porta d’ingresso a questo versante del parco.

La Cresta dell’Infinito

La Manfriana fa parte della Cresta dell’Infinito, il crinale più lungo e panoramico di tutto il Parco Nazionale del Pollino, definito così dal naturalista Giorgio Braschi. Si parte in genere da Colle Marcione, intorno ai 1.230 metri, o da Colle San Martino, e si toccano in sequenza la Timpa del Principe a 1.741 metri, il Monte Manfriana a 1.981 metri, e il Serra Dolcedorme a 2.267 metri.

È un itinerario che richiede un’ottima preparazione fisica, nessuna vertigine e in genere un’intera giornata di cammino: lungo il crinale i punti di rifornimento d’acqua sono pochissimi, quindi meglio partire sempre con scorte abbondanti.

Il mistero dei massi della Manfriana

Sulla vetta orientale, oltre i 1.900 metri, si trovano 20 blocchi di pietra squadrati di granito scoperti dallo stesso Giorgio Braschi che da decenni alimentano un piccolo mistero archeologico. Si tratta probabilmente di un’area di cultura greca posta all’altitudine più alta del bacino del Mediterraneo risalente intorno alla metà del V secolo a.C., o al massimo agli inizi del IV. 

Su questi macigni sono stati individuati segni riconducibili all’anathyrosis, un’antica tecnica costruttiva ellenica usata per ottenere giunti perfetti tra i blocchi di pietra. Secondo il Gruppo Archeologico del Pollino potrebbero essere i resti di un tempio dedicato ad Apollo, da cui secondo alcuni deriverebbe anche il nome “Pollino”, eretto da popolazioni italiote come i lucani oppure di un’antica torre di controllo delle vie che collegavano Calabria e Lucania.

Nella zona sono stati trovati anche oggetti in terracotta e una moneta magnogreca risalente al V secolo a.C. che raffigura da un lato l’immagine di un toro con la testa umana barbuta e dall’altro la figura della dea Athena, con un grappolo d’uva pendente dal collo.

Il cammino verso la Manfriana in breve

Ho raggiunto la vetta della Manfriana orientale con un anello di circa 12 km che parte da Colle Marcione, con un dislivello di 751 metri e un tempo di percorrenza di circa 8 ore.

Il percorso è classificato EE, cioè per escursionisti esperti, con dei tratti in cresta esposti.

Il trekking segue il sentiero 942 verso Timpa di Ratto fino al bivio con il 941a con dislivello di circa 250 metri fino a Passo del Principe, dove si sale sulla Cresta dell’Infinito. Da qui si prosegue sul sentiero 941 che porta in vetta passando da Costa la Verna (1.782 m) e Passo Marcellino Serra (1.787 m).

Ti racconto la mia escursione

Il punto di partenza dell’escursione verso la Manfriana è il rifugio abbandonato di Colle Marcione, a 1.227 metri, base per gran parte dei cammini sul Pollino. Già da qui la vista è magnifica: alla mia destra c’è la parete sud-occidentale della Timpa di San Lorenzo, che ho scoperto a fine luglio sempre con Lorenzo e Paki, le guide di Oltretimpe Outdoor Experience. A sinistra si apre tutta la catena del Pollino: Serra di Crispo, Serra delle Ciavole, Serra Dolcedorme, e in fondo lei, la Manfriana.

Lasciamo le macchine nello spiazzale e ci incamminiamo. Il sentiero sale dolcemente verso Piano di Ratto Piccolo, e la prima sosta è per la stregonia siciliana, la stessa pianta incontrata anche sulla Timpa di San Lorenzo. Percorriamo il primo tratto per lo più all’ombra nella Fagosa, la faggeta più estesa del Pollino, quando tra gli alberi spuntano due cavalli stranamente con un campanaccio al collo.

Poi come sempre Paki, molto attento all’aspetto naturalistico, ci fa vedere sulla corteccia di un faggio la lobaria pulmonaria, un grande lichene che sopravvive nei boschi isolati e poco antropizzati. Lo stesso l’ho visto durante l’escursione autunnale che ho fatto lungo il sentiero Passo dell’Abate a Fabrizia, nel Parco Regionale delle Serre.

Dopo un’oretta siamo al Piano di Ratto Piccolo, a quota 1.392 metri. Attraversiamo una radura dove il bosco si apre, poi torniamo sotto i faggi per affrontare il dislivello forse più tosto di tutta la giornata: un’ora circa di salita con una pendenza del 25%.

Nel frattempo Lorenzo trova una piccola penna di una ghiandaia con le sue splendide sfumature blu, che conservo come ricordo di quella giornata.

Alle 11.00 arriviamo sul valico di Passo del Principe a quota 1.690 metri: da qui scorgiamo una parte della Piana di Sibari e anche dei cavi d’acciaio, residui di archeologia industriale di quello che fu un periodo triste per il Parco Nazionale del Pollino. Tra il 1911 e il 1933 la società tedesca Rueping costruì teleferiche e funicolari per trasportare il legname tagliato (per lo più faggi e abeti bianchi) e ricavarne traversine per le ferrovie, devastando quello che dal 2015 è un Geoparco Unesco.

Proseguiamo il nostro cammino verso la Manfriana riprendendo il sentiero 941: il panorama qui si allarga con la Timpa della Falconara e le Gole Alte del Raganello.

Più avanti incontriamo diversi esemplari di pino loricato relativamente più giovani rispetto a quelli che puoi incontrare lungo il percorso del Giardino degli Dei, uno degli otto sentieri di trekking più belli del Pollino.

Poi arriva il momento che temevo di più. Davanti a noi una piccola cresta, e sulla destra una traccia bianca che vista da lontano non sembra nemmeno un passaggio percorribile. Mi sale la febbre solo a guardarla. È il tratto più esposto di tutta l’escursione e per me diventa una prova mentale. Vivo due momenti di panico uno dietro l’altro. Tommaso, che cammina dietro di me, mi chiede se ho bisogno di una mano. Gli dico di aspettare un attimo. Il cuore mi batte forte, il respiro si fa corto, poi la crisi passa, e vado avanti.

Superato quel pezzo arriviamo su un pianoro dove ritroviamo altri cavi metallici e pali di legno realizzati dalla ditta Rueping. Da qui la vista è su Castrovillari e Frascineto.

Il sentiero continua con lo stesso tipo di esposizione, questa volta con lo strapiombo sulla sinistra: cammino con gli occhi fissi a terra, concentrata solo su dove metto i piedi. Quando mi giro indietro, però, la vista ripaga tutta la fatica e la paura: tutti i monti del Pollino sopra i 2.000 metri, e scendendo verso destra la Timpa della Falconara, la Timpa di San Lorenzo, il Monte Sparviere, il Monte Sellaro. Più in là la Piana di Sibari e il Mar Ionio, velati dalla foschia.

Da qui in poi qualcuno del gruppo si ferma e a continuare siamo io, Paki e altri quattro uomini. Ognuno va al proprio ritmo per prendere fiato, scattare qualche foto e godersi anche la vista di qualche pino loricato.

L’ultimo tratto prima della vetta è il più confuso: il sentiero con le linee bianche e rosse del CAI si perde tra i massi e cammino un po’ a intuito usando anche le mani, con i capelli scompigliati dal vento e la reflex che pesa.

Paki viene a darmi una mano per gli ultimi metri e alle 13.15, dopo cinque ore di cammino vedo la scritta incisa sul masso, “Monte Manfriana 1981 m“. Mi sale una gioia che non riesco a trattenere. Il vento forte porta via tutta la stanchezza e l’ansia vissute fino a qui, mi sento la bocca secca, le gambe pesanti, ma in quel momento non conta nulla di tutto questo. Una foto di gruppo, qualche selfie, e mi godo in silenzio la vista inimmaginabile sulla Cresta dell’Infinito.

Ci concediamo un quarto d’ora di riposo prima di scendere.

Anche il percorso di ritorno, tra dislivello e terreno scivoloso, non è semplice. Per un bel pezzo cammino mano nella mano con Paki per paura di scivolare.

Al pianoro dei cavi metallici, la guida si ferma davanti a una pianta particolare, l’epilobium parviflorum, usata in fitoterapia per il benessere della prostata e delle vie urinarie. Ne parla anche la botanica austriaca Maria Treben nel suo famoso libro “La salute dalla farmacia del Signore”.

Il resto della discesa regala ancora piccole sorprese: la visione di tre mantidi, una piccola coltivazione spontanea di genziana, le chiazze verdi di ginepro strisciante che disegnano il paesaggio della Cresta dell’Infinito. Poi, all’improvviso, un gruppo di cavalli selvaggi che pascola indisturbato.

paesaggio ginepro strisciante manfriana

Quando finalmente arrivo al parcheggio del rifugio di Colle Marcione sono a pezzi ma felice. Felice di aver raggiunto la cima della Manfriana insieme a cinque uomini (su un gruppo di 13 persone). Felice di non aver mollato quando la testa stava per cedere ma le gambe avevano deciso che si arriva su a qualunque costo.

È in questi momenti che capisco cosa significa per me arrivare in cima: non per la vetta in sé o per vedere un numero inciso su un masso, ma per quello che scopro di riuscire a fare ogni volta che ci provo, cioè affrontare le mie paure.
È questo il motivo per cui continuo a fare escursioni in solitaria o impegnative come quella della Manfriana, per superare i limiti della mia mente che è programmata per proteggermi anziché per farmi vivere esperienze ed emozioni che porterò sempre con me.

Scheda tecnica escursione Manfriana

  • Punto di partenza: Rifugio Colle Marcione (1.230 m. slm)
  • Punto di arrivo: vetta Monte Manfriana (1.981 m. slm)
  • Percorso: anello
  • Durata: 8 ore
  • Lunghezza: 12 km
  • Dislivello: 751 m. positivo, 751 m. negativo
  • Difficoltà: EE (escursionisti esperti)

Cosa portare

  • Bastoncini: non sono una grande amante, ma nel tratto in salita con pendenza al 25% si sono rivelati fondamentali
  • Acqua: almeno 1,5/2 litri, soprattutto in estate
  • Scarponi da trekking con un buon grip

Quando organizzare l’escursione

Il periodo migliore secondo me per raggiungere la Manfriana è tra settembre e ottobre: la foschia estiva si dirada, il panorama verso la Piana di Sibari e il Mar Ionio si vede molto più nitido, e le temperature sui tratti esposti al sole sono più gestibili rispetto ai mesi centrali dell’estate.

Cose da sapere prima di partecipare all’uscita

Se vuoi partecipare ad un’escursione per raggiungere la Manfriana ci sono delle cose che devi sapere. Il percorso si sviluppa buona parte su pietraia, dove bisogna sempre prestare attenzione a dove si mettono i piedi, e il dislivello di 751 metri si fa sentire, sia in salita che in discesa. Ma sono soprattutto i tratti in cresta, quelli dove per un momento ho avuto paura, a fare la differenza: se soffri di vertigini o non hai mai affrontato un sentiero esposto, questa non è di sicuro l’escursione da cui partire.

Domande frequenti sulla Manfriana

Quanto è difficile l’escursione alla Manfriana? È un percorso classificato EE, per escursionisti esperti: oltre al dislivello di 751 metri, ci sono tratti di cresta esposti che richiedono passo sicuro e assenza di vertigini.

Quanto tempo serve per l’intera escursione? Con partenza e ritorno dal rifugio di Colle Marcione, l’anello richiede circa 8 ore di cammino su 12 km complessivi.

Serve una guida per affrontarla? Assolutamente sì per la tecnicità dei tratti esposti e la scarsità di segnaletica lungo la Cresta dell’Infinito, è fortemente consigliata.

Qual è il periodo migliore per l’escursione? Settembre e ottobre, quando la foschia estiva si dirada e il panorama verso la Piana di Sibari si vede più nitido.

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